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Nome: melissa mambrini
Sono una sognatrice, un’ottimista e un’inguaribile romantica. Credo praticamente a tutto, dagli asini che volano a Babbo Natale! Adoro i libri perchè mi permettono di essere chiunque, di vivere in qualunque posto e in qualsiasi periodo storico. I miei preferiti sono quelli che parlano di viaggi, anche fantastici. Non saprei dire il mio libro preferito o lo scrittore... Sono onnivora! Leggo anche una massa di fumetti ma il mio preferito è senza dubbio Ken Parker, perchè “è come dovrebbe essere un uomo”. Adoro la musica perchè è adrenalina, è come il sangue che scorre nelle vene, è emozione e colonna sonora di ogni momento della vita. Mi piace andare al cinema, adoro i film di Tim Burton, semplicemente geniali! E mi piace tutto ciò che è fantascienza, Blade Runner è il mio film preferito in assoluto, ma anche la saga di Guerre Stellari e Dune. Mi piacciono i film un po’ surreali, alla Kusturica e le commedie d’amore (Harry ti presento Sally è il mio preferito!)... vediamo...
Mi piace stare con gli amici, mangiare, bere, ballare... sono fortunata, ho degli amici fantastici!!!
Mi piace viaggiare, ho una vera passione per l’europa e il sudamerica, ma data la mia paura per l’aereo per ora sto esplorando solo il primo dei due continenti, nella mia prossima vita chissà...
Forse la mia prossima vita è già iniziata... per ora sto a quota due voli transoceanici: Cile e N.Y. adesso veramente: Non mi ferma più nessuno!!!
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Sulle tecniche di abbordaggio degli uomini…
Sto leggendo “In Asia” di Tiziano Terzani, è un libro molto interessante perché oltre a fornire le notizie più importanti di un trentennio di storia del continente asiatico, raccontate da un corrispondente sul posto come era appunto Terzani, offre anche un reportage sulla vita, gli usi e costumi, di alcune popolazioni che per noi occidentali sono totalmente sconosciute. Beh… leggendo un capitolo sul Giappone, Terzani fa notare come in Giappone non esistano né vie né numeri civici, nemmeno a Tokyo, nonostante i 12 milioni di abitanti che la popolano, i terreni sono solo particelle numerate e per trovare qualcuno in quell’incredibile marasma l’unico modo è quello di ricorrere alle “casette” della polizia situate in ogni quartiere…
Ma dov’è che ho già sentito questa cosa?
Ora ricordo. L’anno scorso è venuto a lavorare nella nostra azienda un consulente, originario di Soverato ma ormai romano da tanti anni; come ogni nuovo consulente/neoassunto non originario di questa zona si è trovato di fronte il problema di passare l’inverno in uno sperduto paesino di montagna in un angolo di Toscana. Essendo un tipo piuttosto spiritoso e compagnone ha legato subito con tutti, travolgendo i ritrosi colleghi toscani in cene all’insegna della “cucina del sud” e baldorie varie. L’unica cosa che gli mancava per affrontare degnamente l’inverno era una donna. Ovviamente la scelta, in un piccolo paese dove se hai tra 25 e 45 anni o sei fidanzata o sei sposata o “hai qualcosa che non va” (io rientro nell’ultima categoria per la cronaca) è limitata alle colleghe, così scherzando, più o meno, ha lanciato l’amo a tutte, e una delle tecniche di abbordaggio utilizzate era appunto quella di incuriosire la “preda” con questo aneddoto dei numeri civici del Giappone, che a suo dire nelle grandi città funzionava parecchio… Sul momento devo essere sincera, da brava montanara, ho pensato che dicesse una cazzata per impressionarci. Ma quando l’altro giorno ho letto la stessa cosa sul libro di Terzani mi è scappato un sorriso… ho pensato: ma guarda Soverato! In fondo è un grande!
A proposito dei sabato sera…
Sono già diversi anni ormai che faccio la cameriera in una pizzeria il sabato sera, il locale è carino e tranquillo, di quelli che vanno bene un po’ per tutti, per le famiglie, per i gruppi di ragazzini e per le coppiette, ne ho visti un po’ di tutti i tipi seduti a quei tavolini per capirci. Fare la cameriera il sabato sera ti da due grossi vantaggi rispetto a chi il sabato sera va a cena fuori, il primo è che non devi preoccuparti della serata. Cioè non devi fare niente, niente telefonate per organizzare, niente problemi del tipo – chissà chi c’è – e – se c’è quello/a io non vengo – e ancora – in quel posto non ci vuole andare tizio, in quell’altro caio - , non devi metterti in tiro, tu sei lì per lavorare. Il secondo è che puoi scegliere sul momento la tua serata. Faccio un esempio, se vai a mangiare con tutte coppie inevitabilmente ti ritroverai ad un lato del tavolino, in mezzo a donne, a parlare di: case, matrimoni, mariti, figli e programmi televisivi, esattamente in quest’ordine e passerai la serata ascoltando a turno le lamentele di ognuna in merito ai vari argomenti, cercando con lo sguardo il tuo compagno all’altro capo del tavolino, in mezzo a tutti uomini, impegnato a sua volta a parlare di case, lavoro, figli e sport. A fine serata, dopo diverse puntatine al bagno (tanto per smorzare…) non vedi l’ora di tornare a casa a finire di leggere il libro che hai dovuto abbandonare prima di cena e di cui hai inutilmente cercato di parlare ma di cui nessuno inspiegabilmente aveva visto la fiction…
Ma c’è di peggio, perché la serata tra coppie alla fine è tranquilla e si sa già come finisce perché tutti sono troppo stanchi per fare qualsiasi cosa e quindi si va a letto. La tavolata di single per esempio, come diceva mia nonna – è come il culo del capocollo, o bene bene, o male male – (spiegazione per chi non è toscano: il capocollo è un salume tipo coppa, che viene salato e poi appeso, il sale tende ad andare nella parte bassa per questo va girato, ma non sempre succede o non sempre lo si fa bene per cui una parte diventa più saporita e una meno). Eh si perché puoi trovare la serata in cui conosci gente simpatica, con i tuoi stessi interessi, con cui si crea subito un certo equilibrio, con cui parli bene di tutto, musica, film, libri e si instaurano nuove amicizie, si programmano le vacanze, insomma si torna a casa soddisfatti con la sensazione di aver cominciato qualcosa. Ma ci sono anche quelle serate in cui ti senti un alieno caduto per caso nel posto sbagliato. A me è capitato una volta ed è imbarazzantissimo, non sapevo cosa dire né agli uomini né alle donne, ero totalmente fuori posto fra palestrati e allampadati super modaioli maschietti, dai capelli ingelatinati e le camicie col collo grosso a punta oppure la t-shirt stretta sui bicipiti e ancor più tirate femminucce color cioccolato anch’esse, strette in minigonne mozzafiato o pantaloni a seconda pelle rigorosamente con perizoma in tinta, scarpe a punta, borsa microscopica e ancor più microscopico cellulare. Il panico, giuro il panico, tutti a parlare di sé, a fare domande e non sentire le risposte, troppo innamorati del suono della propria voce anche solo per accorgersi che esistevi.
Le tavolate di adolescenti sono pazzesche, ti fanno uscire pazza ma ti ammazzi dalle risate, c’è sempre la fighetta del gruppo che mangia metà pizza con l’amica del cuore sennò ingrassa, il bulletto modaiolo che fa sentire a tutti per tutto il tempo tutte le suonerie del cellulare, la bruttina timida, innamorata del bulletto, che lo venera senza essere notata, il brufolosetto timido che punta la timida che però non lo vede perché vive della luce riflessa del bulletto, la cicciotella del gruppo che in un mondo di anoressiche si sente inadeguata strizzata nel suo vestitino alla moda.
Poi ci sono le coppiette, quelle che al sabato vanno a cena fuori, io, tu, tu e io. Beh… parliamoci chiaro, se la coppia è fresca sono le meglio cene, quelle in cui ci si guarda negli occhi, si studia l’altro, in cui si è talmente innamorati che ogni minima fesseria ci sembra stupenda ed è un piacere anche per chi lavora avere questi clienti, non si lamentano, sono educati, lasciano la mancia… devono fare colpo insomma, conquistare. Ma se la coppia è diciamo più stabilizzata… eeeeh… si può assistere anche ad una cena muta in cui nessuno dei due parla, mi sono sempre chiesta: telepatia? Mah! Comunque fateci caso c’è almeno una coppia così in ogni locale, secondo me sono mutanti telepatici.
Comunque, apparte tutto, il bello di fare la cameriera è che ti scegli la serata, se decidi di servire la tavolata di coppie sai cosa ti aspetta, se decidi per le coppie lo stesso, e alla fine non hai il problema su dove finire la serata perché puoi andare per locali quando stacchi oppure a letto senza problemi perché la scusa del sono stanca ho lavorato regge su tutto. Inoltre si conosce un sacco di gente e si imparano un sacco di cose, soprattutto sulla natura umana, ma questa è un’altra storia.
Piccole donne crescono…. (quasi mai)
Mentre apro al gatto stamani il primo pensiero che mi attraversa la mente è: ma gli ultimi due giorni li ho forse sognati? No perché stamani è la tipica giornata invernale in montagna, cielo grigio, neve per terra, vetri appannati… eh vabbè… è anche lunedì del resto… è che ieri a trastevere c’era un sole che era uno spettacolo, Roma è uno spettacolo, come sempre mi resta nel cuore per almeno una settimana ogni volta che ci vado. Stavolta poi l’occasione era veramente speciale, festeggiare i 30 anni di un’amica d’infanzia, una di quelle con cui sono cresciuta, con cui ho preso le prime sbornie, con cui ho condiviso i primi pianti… e poi c’eravamo quasi tutte… a vederci così tutte insieme come quando avevamo 13 anni mi sembra che non sia passato un solo giorno da allora e invece adesso siamo tutte sulla trentina! Quando ero piccola e mi immaginavo a 30 anni pensavo che avrei avuto una famiglia, un marito, dei figli, pensavo che sarei stata “grande” o comunque mi sarei sentita grande. Pensavo che non avrei più corso dietro ai ragazzi, che non mi sarei più emozionata vedendo la foto di un cantante o di un attore, pensavo che sarei stata più posata, più tranquilla, che la fase della scavezzacollo prima o poi sarebbe finita e avrei messo la testa a posto… Eccomi, ho trent’anni e sono rimasta la stessa. Sono ancora una scavezzacollo, mi emoziono ancora per le cavolate, mi lancio ancora nelle crociate per le cause perse e rido ancora per le stesse cose e se guardo bene in fondo agli occhi c’è ancora quello “sguardo da furba” che faceva impazzire mia nonna da piccola. Ma la cosa più bella è che ho ancora vicino le stesse persone di allora, siamo cresciute è vero, ma a modo nostro, e come quando eravamo piccole, ci basta uno sguardo per sapere esattamente cosa stiamo pensando.
Grazie violini, per questo giorno
di quattro corde. Puro
è il suono del cielo,
la voce azzurra dell'aria.
(Pablo Neruda)

Trent’anni e non sentirli...
Salve! Il mio nome è George e sono un pupazzo di neve. Forse penserete che siano stati dei bambini a darmi vita e invece no, sono stati tre ingegneri sulla trentina che stamani in preda al “bianco morbo” sono regrediti all’età di 8 anni... rischiando il licenziamento per avermi costruito durante la pausa caffè nel giardino aziendale...
Stamani mi sento felice.
Mentre percorro la strada che mi separa dall’ufficio e dalla mia giornata lavorativa, stamani mi sento felice. Sono le 9:15 minuti, il sole mi batte in fronte ed è forte nonostante l’ora e il periodo dell’anno, la neve, caduta nel corso della notte, scricchiola sotto i miei piedi e quella che si sta sciogliendo sugli alberi mi cade in grosse gocce sul pesante piumino bianco e sul cappellino di lana. Sono felice. Non c’è un motivo... semplicemente sto bene, mi sembra domenica. Mi sono svegliata presto per andare a togliere il sangue insieme al mio babbo, come quando ero piccola, che dalla paura costringevo anche lui a fare le analisi insieme a me. Stamani siamo partiti insieme verso l’ospedale, io a braccetto a lui perchè avevo freddo e lui a braccetto a me per sorreggersi sul ghiaccio, come quand’ero piccola, quando mi metteva le manine dentro le sue manone e se le infilava nella tasca della giacca a vento e io sentivo il calore di quelle mani callose e il tepore della tasca ed ero felice. Poi siamo andati a fare colazione al bar e abbiamo comprato il giornale e abbiamo parlato di quello che succede nel mondo, nel paese e a casa nostra, in questa esatta sequenza, come non succedeva da un po’, perchè a casa c’è sempre qualcos’altro da fare, perchè a casa abbiamo poco tempo. Abbiamo chiacchierato e poi siamo andati a comprare il pane, sempre insieme. E mentre il paese si risvegliava, i bimbi andavano a scuola, le mamme a fare la spesa e i papà mettevano in moto la macchina mentre toglievano la neve dai vetri, mi ha accompagnato un po’ e poi ci siamo salutati. Sono felice. Perchè il mio gigante buono sta bene. Perchè posso contare ancora su di lui, perchè posso ancora parlargli, mentre prendiamo il caffè, dei miei problemi e so che mi sosterrà sempre. Grazie babbo.
Restyling
Beh sì, mi ero un po’ annoiata del vecchio blog e ho deciso di cambiarlo, che ve ne pare? A me piace. Mi piace l’idea degli spazi incontaminati, della natura… mi da un senso di libertà!
Come se con la fantasia potessi volare su quelle montagne, come un uccello, cadere in picchiata fino a toccare le onde del mare, sentire gli spruzzi dell’acqua salata e poi tornare su a sfiorare le cime degli alberi…
Capito come? Faccio un esempio…
L’estate dell’ultimo anno di università feci un viaggio, in Irlanda, col mio ragazzo e altri 4 amici, noleggiammo un pulmino all’aereoporto e partimmo verso l’ovest. Ho un ricordo bellissimo di quel viaggio. Ogni giorno percorrevamo Km di brughiera tra i pascoli verdissimi e l’oceano, ogni notte ci fermavamo in un B&B in qualche paesino sperduto con poche case e l’immancabile pub. Bevevamo guinness e mangiavamo salmone e pollo fritto e ogni sera qualche ubriaco intonava Molly Malone, trascinando tutto il pub fra canti e risate. Ci siamo divertiti un sacco! Ma quando la sera ci fermavamo ad ascoltare la marea che saliva e le onde dell’oceano che si infrangevano sulle scogliere era il momento più bello. In quel momento tutto era perfetto, l’erba sulla quale sedevamo, il vento del mare che ci portava l’odore di pesce e di torba, la salsedine che ci arricciava i capelli, il sole che calava lontano all’orizzonte. In quel momento mi sembrava di essere una cosa sola col mondo.
E così… anche qui, nel mio personale angolo di mondo, sono io eppure sono parte di qualcosa di più grande.
FRANCOIS TROUFFAUT “La signora della porta accanto”
Chi l’ha detto che le storie d’amore sono tutte a lieto fine? In questo film di Trouffaut c’è tanto amore, tantissimo, eppure non c’è un briciolo di felicità. C’è odio, rabbia, gelosia, c’è quella malinconia, la tristezza che divora come un baco, dal di dentro. La tristezza e la malinconia delle cose non dette, non fatte, della troppa passione che divampa, che esplode, ma che non si riesce a controllare, a incanalare in qualcosa di bello, di costruttivo, in una storia d’amore “normale”. E allora si soffre. Si soffre senza l’altro ma si soffre anche con l’altro, “né con te, né senza di te” sempre, fino all’estremo gesto.
Non è mai facile dire basta. Non è facile quando si sta bene ma sentiamo che manca qualcosa. E non è facile neanche quando si soffre e sentiamo che non possiamo fare altrimenti. Non è mai facile. Il cuore continua ad amare anche dopo aver detto basta. Gli occhi, continuano a proiettare immagini di felicità condivise anche quando è passato tanto, troppo tempo, da quelle immagini. La testa fa il suo lavoro, trova motivazioni, aneddoti, storie, pregi e difetti per giustificare qualcosa che di logico non ha più niente. Ci si sente come sull’orlo di un baratro quando sai che nessuno, più nessuno verrà a tenderti la mano e allora e più facile lasciarsi andare a qualcosa di sconosciuto che prolungare un’agonia ben nota. Non è facile. Cerchiamo scuse, giustificazioni, accettiamo qualsiasi compromesso pur di non dire basta, perché dire basta fa male, perché dire basta è troppo doloroso. A volte dire basta è come morire. Si può risorgere, come una fenice dalle proprie ceneri, o restare polvere per sempre, ed essere dispersi nel vento della vita quotidiana. Ci sono volte in cui dire basta è necessario. Chiudere una porta, lasciarsi alle spalle tutto, senza rimpianti, senza rimorsi, con la certezza di aver fatto tutto, ma proprio tutto quello che potevamo per evitarlo…. non si soffre di meno, ma forse si può ricominciare.
Sogno di una notte di capodanno
Sentì un brivido percorrerle la schiena e la voce del cantante sempre più lontana. Si era addormentata nel divano, coperta e iPod scivolati sul tappeto. Aprì gli occhi lo stretto necessario per recuperare le cuffiette e la coperta, non aveva voglia di uscire, non aveva voglia di svegliarsi, non aveva alcuna voglia. Cambiò canzone, una canzone dolce, una voce morbida, la canzone con cui si addormentava sempre… perché non conosco ragazzi con questa voce? Si domandò. E immediatamente si impose di pensare ad altro. Chiuse gli occhi e ripensò a quel capodanno. Era andato tutto bene. Non era il capodanno che si era aspettata, non era in compagnia di tutte le persone con le quali avrebbe voluto stare, ma era stata bene. Troppo bene. Avrebbe voluto che quella notte non finisse mai. Avrebbe voluto vedere gente che ballava, gente che si divertiva, ogni giorno, ogni sera, fino all’alba. Chiara era stata una padrona di casa perfetta e una vera amica e adesso si sentiva come privata di qualcosa di bello, qualcosa a cui si era affezionata senza considerare che avrebbe dovuto lasciarlo. Si sentiva un po’ triste. Ad occhi chiusi rivide le facce allegre dei suoi amici, le vie di Roma piene di gente, il centro illuminato, la periferia fatiscente. Risentì gli odori di cose buone da mangiare, di lasagne, cotechino e lenticchie, di vino e fumo. Ripensò alle chiacchierate, alle risate, ai discorsi seri sul futuro… possibile che già gli mancasse tutto questo? Possibile che qui, a casa sua, nel suo paesino, dove era nata e cresciuta si sentisse così estranea? Basta! Ormai il sonno non sarebbe più tornato, tanto valeva alzarsi e andare a fare due passi.